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Stamani, cazzeggiando sul PC, vedendo se avevo voglia di fare un po’ di ordine, mi sono imbattuto in articol0 già salvato da me, di Zavoli. L’ho riletto, sapendo che era stata una grazia nel 2007.  E alla mitiche parole

chiedeva al filosofo (per il quale «conoscenza è intuizione») «come si possa negare il valore di questa intuizione costante — che tutti abbiamo — di un Dio personale». Croce, così laico, rispondeva che bisogna «affidarsi alla Grazia, cioè a una sorta di dono di Dio che irrompe nella Storia, qualsiasi siano le intenzioni che muovono gli esseri umani nelle loro opere»

sono ripiombato in quella verità di me stesso che mi vede a rincorrere periodicamente con la ricerca psicologizzante, con la cultura religiosa, con la riscoperta del “libro per la vita”, a rincorrere una salvezza che io penso provenire dal mio impegno riflessivo, e che invece viene come un fulmine, all’improvviso , a rischiarare il mio mondo. E a donarmi tranquillità, gioia, grandezza.

La grazia irrompe nella storia qualsiasi siano le disposizioni. Le grandi domande allora che l’uomo si pone non servono tanto come introduzione ad una ricerca della Verità in modo umano, ma servono a disporci nel modo più giusto per ricevere il dono della Salvezza e della Significanza della vita, servono ad aprire la crepa dove entrare, con una forza appunto divina, la grazia che salva.

E allora ho ripreso “Il dramma dell’Umanesimo ateo” a pag. 365, là dove ci fu nel 2007 una dei momenti salvifici più forti della mia vita:

Il cristianesimo sono venti secoli che proclama il superamento di ogni filosofia. Per il Cristianesimo niente si svolge per concetti: tutto in esso è reale. Non fa appello a dei principi: ci porta la forza di Cristo.
E il male da cui ci libera Cristo non è un problema irrisolto o un miraggio da dissipare. Egli è venuto per combattere il Male, sconfiggere un avversario.

Semplice…

Uno squarcio tra le nubi. L’azzurrino

profilo dei monti.

Il giallo cupo dei campi.

Il fiume nero. Che ci faccio qui,

solo e pieno di rimorsi?

 

Continuo a mangiare come niente dalla ciotola

di lamponi.  Se fossi morto,

rammento a me stesso, ora non

li mangerei. Non è così semplice.

Anzi , no, è semplicissimo

Il punto. Intensamente.

Oggi mentre ero in auto mi ritornava in mente la determinazione del babbo di una compagna di M. nel saper il fatto suo per gestire un problema di salute in famiglia; come si è informato, pur essendo operaio, su specialisti più bravi, come si è dato da fare per  scegliere bene , come aveva la misura delle sue possibilità economiche… In una parola ho visto che “c’era” e ho visto la differenza con me.

Ma io non potrei fare come lui, o come il marito di una amica di mia moglie, la quale amica mi diceva, dopo che io avevo lodato l’intraprendenza e la autorevolezza del marito: << ecco vedendolo, anche tu puoi fare uguale>>. E io sentivo che non potevo: c’era, c’è sempre un blocco in me (e menomale !!!) ad appiccicarmi addosso modelli altri, ancora una volta. Non bastano quelli che ho dentro!!!

Oggi sentivo che è diverso fare le cose partendo invece dall’interesse per te, dal cuore, cuore proprio. Ma io , allora ti chiedi, io : come voglio fare in questa occasione? Finora c’è sempre stato poco perché non c’era un cuore (esagero , ma la sostanza è questa). Solo leggi , autorità esterne interiorizzate AL POSTO  della mia coscienza, libri che insegnano non che raccontano.

Pensavo, per esempio, alla questione di intraprendere un percorso di scrittura: perchè finora non mi veniva, sentivo un blocco? Come potevo scrivere se mancava un cuore che esperimentasse, occhi che osservavano non quello che DEVONO  osservare ma quello che io vedo? Ecco allora la mia scrittura così faticosa, piena di premesse e giustificazioni.

Così legato a questo anche il tema della sincerità con se stessi: come ho fatto finora a fare tante cose in modo così insincero? A sentire , addirittura, in modo insincero? Ecco la storia di sentirmi sulla scena, sempre a recitare una parte.

Mancava l’io. Manca l’io. L’io rinasce in un incontro, dice Don Giussani. In due post precedenti osservavo come l’avessi riconosciuto . Ma se anche non fosse così andrebbe bene uguale, purché fosse la verità!! Ecco perché mi colpiscono sempre tanto le esperienze di alcuni della Fraternità quando manifestano con sincerità il loro umano spesso arretrato, peccatore, cocciuto, mancante… ma è quello!! E queste esperienze sono le più belle e sono quelle dove la mano di Dio si vede cristallina.

Anche la realtà che parla, che è segno: finora spesso, era un dovere: dovevo cercare in tutti i modi di vedere la contemporaneità di Cristo nelle circostanze… non si attaccava a nulla dentro di me; se invece c’è un cuore e una ragione di un io, di un me, a cui sono interessato, beh allora la realtà parla a qualcuno, a me, che attende qualcosa oppure è scoglionato o qualcos altro!!

Ah!! in questo momento sento il profumo della libertà, dell’autonomia, della sincerità con se stessi: davvero la verità rende liberi!! Gesù ce l’ha ottenuta questa libertà dalla legge, è che noi ci siamo rimessi sotto tutela della legge, perché non c’era un cuore da liberare, questo cuore era sepolto; e al posto della vita ho preferito le idee e i libri, certo: non era la MIA vita!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Mancava l’aggancio col mio cuore, proprio quello mio, mio e di nessun altro.

Così spesso vivo, e la realtà mia , quella che si dipana giorno per giorno, fosse una cosa da sopportare o una missione da compiere ma in senso eteronomo, non nel senso che con queste persone, questa casa, questi familiari, questo lavoro, questa strada, questi condomini, questi uffici, questo conto corrente..  si compie la mia gioia e il Mistero viene incontro proprio a me.

Non sentendo mie queste cose vado a cercare le mie cose nei romanzi (ovviamente cercando belle frasi e tematiche più che storie…) , nei libri, nelle teorie, negli stili di vita, di fatto alienandomi dal presente e pensando a un futuro fatuo perché ideologico.

E’ un po’ di giorni che , mentre sta facendo qualcosa, mi capita di osservarmi e di giudicarmi, nel senso puro del termine. E mi accorgo alcune volte che certi miei atti hanno come motore non la mia volontà ma un suo surrogato: mi accorgo dell’eteronomia, cioé mi accorgo quanto in tante cose sono guidato da qualcosa che non sta dentro di me ma fuori, appreso nell’educazione ma non fatto mio.

Ma “io” che farei ora, mi sono sorpreso a dire, io non i vari superio direbbe Freud. Mi sento come incatenato , ormai è diventato normale per me che non ci faccio più caso, da ciò che pensano gli altri, le mie Autorità; e sento come ora il rischio ci sia anche per Don Giussani e il Movimento. Non guidare io me stesso ma prendere le norme per camminare da altri…

Eppure… eppure, in questo periodo di questi flashes ne ho avuti diversi e quando mi sono imbattuto in segni di autonomia sono rimasto colpito.

Mi ha colpito quando nelle prime pagine de Il senso religioso il Gius parla delle ideologie che rischiano di sostituire l’esperienza come fonti di conoscenza su cose essenziali come la propria persona. Da qui il sentire in certi momenti della giornata come spesso sono guidato dall’ideologia cattolica, e infatti i miei riferimenti sono libri piuttosto che persone.

Poi oggi per caso (??? meglio dire per circostanza di grazia!!!)  ho letto dell‘intervento di Steve Jobs all’University of Stanford , nel 2005 ed ecco di nuovo la luce interiore sull’eteronomia:

sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Non accontentatevi”.

Poi altro affondo:

“Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate, vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario”.

Vivendo la vita di qualcun altro: qui mi sono bloccato: perché!?. Perché se non che sotto alle leggi, norme, libri con frasi celebri vibra Valerio e vuole vivere la sua vita, vuol fare la sua esperienza, sana, pulita??

Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore: altra mazzata! Sì perché è proprio un rumore, un fastidio quello che parla dentro di me. Per questo sono sempre arrabbiato, e non accetto le croci, e gli altri mi sembrano solo rompiscatole!! NON FACCIO NIENTE DI MIO DAVVERO !!! Ho avuto bisogno di vendere la mia libertà…

Ma allora? La psicologia n0n mi ha dato la soluzione , mi ha solo fatto vedere dove erano le catene. Ma in questi giorni posso dire qualcosa in più: chi è se non il Signore che ha permesso tutto questo, e questi giorni un po’ particolari, e poi l’omelia di Don Enzo il mercoledì delle ceneri , tutta incentrata sul ritornare in sé e poi questo articolo su Steve Jobs.

Ancora una volta ho fatto l’esperienza che non è forzando , con uno sforzo etico , che l’io rinasce , e io invece giù lì a impegnarmi, a leggere, a cercare di ritenere a memoria qualcosa, addirittura!! Quando l’io rinasce la senti la differenza di procedere per sforzi tuoi o procedere perché Qualcuno ti ha rinnovato dal di dentro per cui puoi cambiare non devi cambiare!!!!

Oggi per esempio, stava visitando un signore, stavo ascoltandogli il torace; sentivo che non aveva problemi bronchiali, ma dovevo decidere se ascoltarlo anche davanti oppure no. Mi è venuto di dire: ma certo! Ma ho riconosciuto che questo lo dicevano dei Critici dentro di me (il bravo medico ascolta anche davanti ecc. ecc. ; e c’è proprio una sorta di dibattito , a volte con figure umane, che rivestono le panni dei miei superio),  ai quali io , la mia coscienza cerca di fuggire. Il problema non è stabilire il bene e il male, ma è l’interiorizzazione che ho fatto (a volte scarsa) di essi, a favore di norme appiccicate, a favore di una vita vissuta con in testa e nel cuore il rumore dell’opinione degli altri!!!!

PAGINA UNO
Qualcosa che viene prima

Luigi Giussani
Appunti dall’intervento di Luigi Giussani all’Assemblea responsabili, gennaio 1993.

La “Pagina uno” di questo mese è tratta da un intervento di don Giussani del 1993, già pubblicato in un Quaderno di Tracce qualche tempo dopo. Il titolo di quel libretto era Dalla fede il metodo (aprile 1994). Ed è proprio una fondamentale preoccupazione di metodo che ci spinge a riproporlo. Nell’ultima Giornata d’inizio anno della Lombardia (v. Tracce di ottobre), in un passaggio cruciale, don Julián Carrón ha detto: «Questa è la sfida che abbiamo davanti. La capacità di obbedienza è la precedenza a ciò che vediamo accadere davanti ai nostri occhi, a quel “Qualcosa che viene prima” che ci ricordava don Giussani rispondendo a un rischio che c’è sempre in agguato: quello di cambiare metodo». E negli stessi giorni, sempre riprendendo questo testo in un dialogo con alcuni responsabili di Cl, lo stesso Carrón ribadiva: «Tutte queste cose illuminano che cosa ci giochiamo in questo passaggio: o lasciamo che sia questo “qualcosa che viene prima” che accade a dettare tutto, e ciò genera tutto il resto, perfino la comunione, o altrimenti inesorabilmente introduciamo un’altra cosa; non per cattiveria, ma perché è inevitabile. Da quando mi sono reso conto di questo, mi vengono i brividi perché qui stiamo a un bivio, siamo al punto decisivo della questione. Dobbiamo darci tutto il tempo per aiutarci a capire fino in fondo la vicenda». Buona lettura. E buon lavoro.

Vorrei brevemente accennare ora ai fattori determinanti e costitutivi di un “movimento”. Il primo fattore costitutivo di un movimento è l’imbattersi della persona in una diversità umana, in una realtà umana diversa.
Il movimento è il dilatarsi di un avvenimento, dell’avvenimento di Cristo. Ma come si dilata tale avvenimento? Qual è, cioè, il fenomeno iniziale, originale, per cui della gente rimane colpita e attratta e si coagula? È una catechesi – quello che noi chiamiamo “Scuola di comunità” -? No, ogni catechesi viene dopo, è strumento di sviluppo di qualcosa che viene prima.
La modalità con cui il movimento – l’avvenimento cristiano – diventa presente è l’imbattersi in una diversità umana, in una realtà umana diversa, che ci colpisce e ci attrae perché – sotterraneamente, confusamente, oppure chiaramente – corrisponde a un’attesa costitutiva del nostro essere, alle esigenze originali del cuore umano.
L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire.
Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggiore corrispondenza di questa umanità in cui ci imbattiamo alle esigenze del cuore – alle esigenze della ragione -.
Quest’imbattersi della persona in una diversità umana è qualcosa di semplicissimo, di assolutamente elementare, che viene prima di tutto, di ogni catechesi, riflessione e sviluppo: è qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato, ma solo di essere visto, intercettato, che suscita uno stupore, desta una emozione, costituisce un richiamo, muove a seguire, in forza della sua corrispondenza all’attesa strutturale del cuore. «Poiché in realtà – come dice il cardinal Ratzinger – noi possiamo riconoscere solo ciò per cui si dà in noi una corrispondenza» (Il Sabato, 30.1.93). È nella corrispondenza il criterio del vero.
L’imbattersi in una presenza di umanità diversa viene prima non solo all’inizio, ma in ogni momento che segue l’inizio: un anno o vent’anni dopo. Il fenomeno iniziale – l’impatto con una diversità umana, lo stupore che ne nasce – è destinato a essere il fenomeno iniziale e originale di ogni momento dello sviluppo. Perché non vi è alcuno sviluppo se quell’impatto iniziale non si ripete, se l’avvenimento non resta cioè contemporaneo. O si rinnova, oppure nulla procede, e subito si teorizza l’avvenimento accaduto, e si brancica alla ricerca di appoggi sostitutivi di Ciò che è veramente all’origine della diversità. Il fattore originante è, permanentemente, l’impatto con una realtà umana diversa. Se dunque non riaccade e si rinnova quello che è avvenuto in principio, non si realizza vera continuità: se uno non vive ora l’impatto con una realtà umana nuova, non capisce ciò che gli è accaduto allora. Solo se l’avvenimento riaccade ora, si illumina e si approfondisce l’avvenimento iniziale e si stabilisce così una continuità, uno sviluppo.
Questo primo fattore accenna al fatto che «tutto è grazia». L’imbattersi in una realtà umana nuova è una grazia, è sempre una grazia – altrimenti diventa la scoperta tentata dei propri pensieri o l’affermarsi presuntuoso delle proprie capacità critiche -. La diversità che si nota, l’origine della diversità umana in cui ci si imbatte, è gratuità assoluta. L’avvenimento iniziale prosegue solo se continuamente si parte dall’imbattersi in una realtà umana nuova: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi», diceva l’invito contenuto in uno dei documenti della cristianità primitiva, la Didaché. La continuità con quello che è avvenuto al principio si avvera perciò solo attraverso la grazia di un impatto sempre nuovo e stupito come se fosse la prima volta. Altrimenti, in luogo di tale stupore, dominano i pensieri che la propria evoluzione culturale rende capaci di organizzare, le critiche che la propria sensibilità formula a quello che si è vissuto e che si vede vivere, l’alternativa che si pretenderebbe imporre, eccetera.
L’impatto con una diversità umana è fondamentale anche eticamente. La registrazione di questo impatto esige l’atteggiamento originale con cui il Creatore ci fa, vale a dire l’atteggiamento del bambino che si abbandona e segue: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131). Per poter ammettere quel fenomeno di diversità umana occorre lo sguardo del bambino: una umiltà, una disponibilità, una semplicità di cuore, una povertà di spirito, che degli adulti, cui pure è già accaduto il primo impatto, possono aver smarrito. E allora l’avvenimento originale, che ha iniziato (in loro) la memoria, diventa un fatto del passato, rimane solo come un “devoto ricordo”. Mentre, con questa semplicità o disponibilità, un uomo può anche aver sbagliato per anni, ma riprende meglio di chi sia stato impavido e non abbia avuto di che essere rimproverato.
In questa “povertà di spirito” e “semplicità di cuore” è il gioco dell’umana libertà. Come è detto in Tracce d’esperienza cristiana: «Anche nell’esperienza cristiana, anzi massimamente in essa, appare chiaro come in un’autentica esperienza sia impegnata l’autocoscienza e la capacità critica (la capacità di verifica!) dell’uomo, e come un’autentica esperienza sia ben lontana dall’identificarsi con una impressione avuta o dal ridursi a una ripercussione sentimentale. È in questa “verifica” che nell’esperienza cristiana il mistero dell’iniziativa divina valorizza esistenzialmente la “ragione” dell’uomo. Ed è in questa “verifica” che si dimostra l’umana “libertà”: perché la registrazione e il riconoscimento della corrispondenza esaltante tra il mistero presente e il proprio dinamismo d’uomo non possono avvenire se non nella misura in cui è presente e viva quella accettazione della propria fondamentale dipendenza, del proprio essenziale “essere fatti”, nella quale consiste la semplicità, la “purità di cuore”, la “povertà di spirito”. Tutto il dramma della libertà è in questa “povertà di spirito”: ed è dramma tanto profondo da accadere solitamente quasi senza che l’uomo se ne accorga» (il testo si trova oggi pubblicato in L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano 2006; ndr).
Chi perciò, colpito da una diversità, partisse per il suo destino a cercare di “fare” lui, perderebbe tutto: deve seguire. Quella presenza umana diversa in cui si è imbattuto è qualcosa d’altro, cui obbedire. Attraverso un impatto sempre nuovo, nella sequela e nell’obbedienza si stabilisce una continuità con il primo incontro.
Vorrei fare un esempio in proposito. Formuliamo l’ipotesi che si riuniscano oggi alcuni che abbiano già vissuto l’esperienza di cui abbiamo parlato e avendo il ricordo impressionante di un avvenimento da cui sono stati colpiti – che ha fatto loro del bene, che ha addirittura qualificato la loro vita -, vogliono riprenderlo, colmando una “discontinuità” che si è venuta a creare nel corso degli anni. Ciò per cui essi ancora si sentono amici è un’esperienza passata, un fatto accaduto, che nel presente è diventato però – come dicevamo – un “devoto ricordo”. Ora, come è possibile per loro riprendere una continuità con l’avvenimento iniziale che li ha investiti? Se per esempio dicessero: «Mettiamoci insieme a fare un gruppo di catechesi, oppure a sviluppare una nuova iniziativa politica, o, ancora, a sostenere una attività caritativa, a creare un’opera, eccetera», nessuna di queste risposte sarebbe adeguata a coprire la discontinuità. Occorre “qualcosa che viene prima”, di cui tutto questo non è che strumento di sviluppo. Occorre che riaccada cioè quello che è accaduto loro in principio: non “come” è accaduto in principio, ma “quello che” è accaduto in principio: l’impatto con una diversità umana in cui lo stesso avvenimento che li ha mossi all’origine si rinnova. Lì ci si coagula e, seguendo qualcuno, ci si raccorda con quello che è avvenuto all’inizio. E tutti i fattori principali dell’esperienza passata riemergono più maturi e più chiari. Nel rinnovarsi del primo impatto – e perciò della sorpresa della corrispondenza tra una presenza umana diversa e le esigenze strutturali del cuore – si sente il riverbero dello stesso avvenimento capitato dieci o vent’anni prima, fra i banchi di scuola o nel gruppo della propria università.
Senza la presenza di questa esperienza – l’incontro con una realtà umana diversa – qualsiasi “aggancio” con cui si tentasse di riprendere ciò che è stato interrotto, non ricostituirebbe una continuità. La continuità con “l’allora” si ristabilisce solo per il riaccadere dello stesso avvenimento, dello stesso impatto ora. Dieci o vent’ anni dopo, la stessa esperienza prosegue se uno parte dall’imbattersi in una realtà nuova e, «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre», si abbandona, segue, obbedisce. Perché quella diversità non sorge dalla sua fantasia o dal suo pensiero, dalla sua abilità dialettica od ostinazione, da tutto ciò che, insomma, lo ha tenuto lontano per anni: è qualcosa d’altro, di irriducibilmente nuovo – un avvenimento – cui obbedire.

Possiamo a questo punto delineare il secondo fattore.
Come, nell’impatto che sempre si rinnova con una presenza di umanità diversa, la sorpresa, la speranza e il presentimento che ne nascono e muovono a seguire, possono essere educati, “tratti fuori”? Lo strumento principale di questa educazione è ciò che noi chiamiamo “Scuola di comunità”; ed è principale perché sistematico e coerente, e perciò esplicativo e unificante. La “Scuola di comunità” è lo strumento di sviluppo – come coscienza, come affezione e come istigazione mobilitante nell’uso dei rapporti – di quel “qualcosa che viene prima”, dell’esperienza di incontro con una realtà umana diversa.
Nello svolgimento del lavoro implicato dalla “Scuola di comunità”, l’aspetto essenziale è allora il rendersi “ragione” delle parole che si usano. E “ragione” significa: esperienza della corrispondenza tra la realtà in cui ci si impatta e le esigenze strutturali del cuore.
Ma allora l’aspetto innanzitutto importante della “Scuola di comunità” è qualcuno che “insegni”: qualcuno – o alcuni – in cui l’impatto iniziale si rinnovi e si dilati, offrendosi come spunto per il ripetersi in altri della prima sorpresa. Occorre che chi guida la “Scuola di comunità” comunichi una esperienza nella quale si rinnovi lo stupore iniziale e non invece svolga un ruolo o un “compito”. Non può essere comunicazione di un’esperienza quella che parte da una coscienza di se stessi come ruolo, che muove da una visione di sé come padronanza e superiorità, con la pretesa di insegnare. Perché chi insegna è soltanto lo Spirito di Dio: è lo Spirito che dà il primo sussulto e che lo rinnova.
Chi, guidando la “Scuola di comunità”, comunica un’esperienza nella quale riaccade la sorpresa iniziale, svolge questa comunicazione dando ragione delle parole che vengono usate. Dar ragione delle parole che si usano vuol dire infatti comunicare l’esperienza della corrispondenza tra l’avvenimento di una Presenza e quello che il cuore originalmente attende, con la luce e il calore che quelle parole proiettano e offrono. Così la ragione data di ogni parola fa, come dice san Paolo, «passare di luce in luce», introduce alla scoperta sempre più chiara del vero, perché ogni parola usata chiarisce una risposta a un bisogno del cuore che è alla ricerca del proprio destino.
La povertà di spirito implicata dal primo fattore ritorna qui nuovamente. Senza povertà di spirito non si ascolta infatti ciò che viene comunicato: prevale l’obiezione dei pensieri soliti, quello cui si è più attaccati o che si pretende. Perciò dicevano al cieco nato: «Ma che cosa vuoi imparare da un ignorante che non ha studiato la legge!» – che non ha studiato psicologia, filosofia e teologia, diremmo oggi -. Chi invece segue e obbedisce si sviluppa, e quanto più segue tanto più desidera seguire.
Vi è un corollario a questo secondo fattore. La posizione migliore per poter capire quello che ci viene detto è, paradossalmente, la passione di comunicarlo agli altri – la passione di comunicare ad altri quello che ci è dato di sperimentare -. Lo documenta in modo semplice e bello una lettera scritta da un nostro amico del Canada. Vi si racconta che nella piccola comunità del movimento di Montreal lo scorso anno è entrato un giovane medico, di nome Mark, una persona intensa e drammatica, piena di interrogativi e di dubbi. Dopo un anno travagliato di convivenza «era come se non avesse mai aderito» – scrive John, l’autore della lettera -. Alla fine dell’anno giunge a Mark l’invito dell’Università di Buffalo per un importante stage di due anni. «Io non vado», è stata la risposta immediata di Mark. «Perché non vai?», gli chiede John. «Se accettassi dovrei abbandonarvi. E io non posso abbandonarvi». Ma a questo punto John gli suggerisce: «Accetta! Va a Buffalo, e cerca di comunicare agli altri quello in cui ti sei imbattuto qui». Ha accettato, e dopo pochi mesi si è ritrovato attorno più gente di quella che aveva lasciato. Ma non è tutto. Due mesi dopo la sua partenza una ragazza del gruppo di Montreal – un’infermiera – entra nell’ospedale in cui Mark aveva lavorato fino a due mesi prima. Dopo appena qualche giorno la capo-infermiera dell’ospedale le va incontro, punta il dito verso di lei e le dice: «Mark Basik!». E lei domanda stupita: «Che cosa intende dire? Certo, conosco Mark Basik, è uno dei miei più cari amici…». «Lo immaginavo», riprende la capo-infermiera. «Tu e Mark fate le cose nello stesso modo». Quella donna si è imbattuta in un fenomeno di umanità diversa, è avvenuto cioè per lei il primo impatto.
Ho inteso citare l’episodio soprattutto con riguardo alla prima parte, perché lì appare chiaro come, in una tensione missionaria, quello che era stato comunicato a quel giovane medico non ha più trovato in lui il pullulare di “ma”, di “se”, di “però”, in cui prima si sarebbe impigliato.

Veniamo ora al terzo fattore, ma solo con un accenno.
Il terzo fattore è, come dire, “tutto il resto”. Vale a dire: è impossibile che dall’esperienza descritta sin qui non nasca un soggetto nuovo, un protagonismo nuovo nel mondo, una compagnia impegnata nella realtà in modo diverso – cioè più umano, più corrispondente all’attesa del cuore -; è impossibile che non nascano tentativi di condivisione del bisogno emergente – gesti e iniziative di carità -, che non sorga un gruppo che voglia rinnovare veramente l’unità dei cattolici in politica con tutta la pazienza necessaria, che non si creino attività nuove per chi non ha lavoro, eccetera. L’avvenimento che la “Scuola di comunità” illumina nel suo nesso profondo col cuore diventa inevitabilmente soggetto che agisce sul mondo. Da qui nasce l’opera – l’opus Dei – perché l’opera non è nient’altro che un io in rapporto con l’Ideale, che nel suo rapporto con l’Ideale cerca di mobilitare la realtà secondo quell’Ideale, in qualunque situazione si trovi: costruendo una famiglia o aderendo alla vocazione alla verginità, lavorando o visitando i vecchi all’ospizio del proprio quartiere.

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