Feeds:
Articoli
Commenti

Chi sono?

Ogni volta che vado da don Luigi O. ricorre l’invito a lasciar perdere gli schemi, i discorsi, le analisi, per orientarsi, con decisione, verso la libertà: chi sono? cosa voglio davvero?

Il tentativo è sempre quello di fuggire dalla realtà non perchè è pesante ma perchè voglio che sia pesante; volere questo vuol dire aver paura di confrontarsi con me stesso, con quella parte di me stesso che ho messo KO con analisi, discorsi e poesie. Uscire allo scoperto , lontani dalla corazza costruita per paura, fa appunto paura…

Disarmato

La guerra più dura è la guerra contro se stessi.
Bisogna arrivare a disarmarsi.
Ho perseguito questa guerra per anni, ed è stata terribile.
Ma sono stato disarmato.
Non ho più paura di niente, perché l’amore caccia il timore.
Sono disarmato della volontà di aver ragione,
di giustificarmi squalificando gli altri.
Non sono più sulle difensive,
gelosamente abbarbicato alle mie ricchezze.
Accolgo e condivido.
Non ci tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti.
Se uno me ne presenta di migliori, o anche di non migliori, ma buoni, accetto senza rammaricarmene.
Ho rinunciato al comparativo.
Ciò che è buono, vero e reale è sempre per me il migliore.
Ecco perché non ho più paura.
Quando non si ha più nulla, non si ha più paura.
Se ci si disarma, se ci si spossessa,
ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose,
allora Egli cancella il cattivo passato
e ci rende un tempo nuovo in cui tutto è possibile.
Patriarca Atenagora I

La nostalgia di Dio

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2017/documents/papa-francesco_20170106_omelia-epifania.html

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Venerdì, 6 gennaio 2017

«Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (Mt 2,2).

Con queste parole i magi, venuti da terre lontane, ci fanno conoscere il motivo della loro lunga traversata: adorare il re neonato. Vedere e adorare: due azioni che risaltano nel racconto evangelico: abbiamo visto una stella e vogliamo adorare.

Questi uomini hanno visto una stella che li ha messi in movimento. La scoperta di qualcosa di inconsueto che è accaduto nel cielo ha scatenato una serie innumerevole di avvenimenti. Non era una stella che brillò in modo esclusivo per loro né avevano un DNA speciale per scoprirla. Come ha ben riconosciuto un padre della Chiesa, i magi non si misero in cammino perché avevano visto la stella ma videro la stella perché si erano messi in cammino (cfr San Giovanni Crisostomo). Avevano il cuore aperto all’orizzonte e poterono vedere quello che il cielo mostrava perché c’era in loro un desiderio che li spingeva: erano aperti a una novità.

I magi, in tal modo, esprimono il ritratto dell’uomo credente, dell’uomo che ha nostalgia di Dio; di chi sente la mancanza della propria casa, la patria celeste. Riflettono l’immagine di tutti gli uomini che nella loro vita non si sono lasciati anestetizzare il cuore.

La santa nostalgia di Dio scaturisce nel cuore credente perché sa che il Vangelo non è un avvenimento del passato ma del presente. La santa nostalgia di Dio ci permette di tenere gli occhi aperti davanti a tutti i tentativi di ridurre e di impoverire la vita. La santa nostalgia di Dio è la memoria credente che si ribella di fronte a tanti profeti di sventura. Questa nostalgia è quella che mantiene viva la speranza della comunità credente che, di settimana in settimana, implora dicendo: «Vieni, Signore Gesù!».

Fu proprio questa nostalgia a spingere l’anziano Simeone ad andare tutti i giorni al tempio, sapendo con certezza che la sua vita non sarebbe terminata senza poter tenere in braccio il Salvatore. Fu questa nostalgia a spingere il figlio prodigo a uscire da un atteggiamento distruttivo e a cercare le braccia di suo padre. Fu questa nostalgia che il pastore sentì nel suo cuore quando lasciò le novantanove pecore per cercare quella che si era smarrita, e fu anche ciò che sperimentò Maria Maddalena la mattina della domenica per andare di corsa al sepolcro e incontrare il suo Maestro risorto. La nostalgia di Dio ci tira fuori dai nostri recinti deterministici, quelli che ci inducono a pensare che nulla può cambiare. La nostalgia di Dio è l’atteggiamento che rompe i noiosi conformismi e spinge ad impegnarsi per quel cambiamento a cui aneliamo e di cui abbiamo bisogno. La nostalgia di Dio ha le sue radici nel passato ma non si ferma lì: va in cerca del futuro. Il credente “nostalgioso”, spinto dalla sua fede, va in cerca di Dio, come i magi, nei luoghi più reconditi della storia, perché sa in cuor suo che là lo aspetta il Signore. Va in periferia, in frontiera, nei luoghi non evangelizzati, per potersi incontrare col suo Signore; e non lo fa affatto con un atteggiamento di superiorità, lo fa come un mendicante che non può ignorare gli occhi di colui per il quale la Buona Notizia è ancora un terreno da esplorare.

Come atteggiamento contrapposto, nel palazzo di Erode (che distava pochissimi chilometri da Betlemme), non si erano resi conto di ciò che stava succedendo. Mentre i magi camminavano, Gerusalemme dormiva. Dormiva in combutta con un Erode che, invece di essere in ricerca, pure dormiva. Dormiva sotto l’anestesia di una coscienza cauterizzata. E rimase sconcertato. Ebbe paura. E’ lo sconcerto che, davanti alla novità che rivoluziona la storia, si chiude in sé stesso, nei suoi risultati, nelle sue conoscenze, nei suoi successi. Lo sconcerto di chi sta seduto sulla ricchezza senza riuscire a vedere oltre. Uno sconcerto che nasce nel cuore di chi vuole controllare tutto e tutti. E’ lo sconcerto di chi è immerso nella cultura del vincere a tutti i costi; in quella cultura dove c’è spazio solo per i “vincitori” e a qualunque prezzo. Uno sconcerto che nasce dalla paura e dal timore davanti a ciò che ci interroga e mette a rischio le nostre sicurezze e verità, i nostri modi di attaccarci al mondo e alla vita. E così Erode ebbe paura, e quella paura lo condusse a cercare sicurezza nel crimine: «Necas parvulos corpore, quia te necat timor in corde» (San Quodvultdeus, Sermo 2 sul simbolo: PL 40, 655). Uccidi i bambini nel corpo, perché a te la paura uccide il cuore.

Vogliamo adorare. Quegli uomini vennero dall’Oriente per adorare, e vennero a farlo nel luogo proprio di un re: il Palazzo. E questo è importante: lì essi giunsero con la loro ricerca: era il luogo idoneo, perché è proprio di un Re nascere in un palazzo, e avere la sua corte e i suoi sudditi. E’ segno di potere, di successo, di vita riuscita. E ci si può attendere che il re sia venerato, temuto e adulato, sì; ma non necessariamente amato. Questi sono gli schemi mondani, i piccoli idoli a cui rendiamo culto: il culto del potere, dell’apparenza e della superiorità. Idoli che promettono solo tristezza, schiavitù, paura.

E fu proprio lì dove incominciò il cammino più lungo che dovettero fare quegli uomini venuti da lontano. Lì cominciò l’audacia più difficile e complicata. Scoprire che ciò che cercavano non era nel Palazzo ma si trovava in un altro luogo, non solo geografico ma esistenziale. Lì non vedevano la stella che li conduceva a scoprire un Dio che vuole essere amato, e ciò è possibile solamente sotto il segno della libertà e non della tirannia; scoprire che lo sguardo di questo Re sconosciuto – ma desiderato – non umilia, non schiavizza, non imprigiona. Scoprire che lo sguardo di Dio rialza, perdona, guarisce. Scoprire che Dio ha voluto nascere là dove non lo aspettavamo, dove forse non lo vogliamo. O dove tante volte lo neghiamo. Scoprire che nello sguardo di Dio c’è posto per i feriti, gli affaticati, i maltrattati, gli abbandonati: che la sua forza e il suo potere si chiama misericordia. Com’è lontana, per alcuni, Gerusalemme da Betlemme!

Erode non può adorare perché non ha voluto né potuto cambiare il suo sguardo. Non ha voluto smettere di rendere culto a sé stesso credendo che tutto cominciava e finiva con lui. Non ha potuto adorare perché il suo scopo era che adorassero lui. Nemmeno i sacerdoti hanno potuto adorare perché sapevano molto, conoscevano le profezie, ma non erano disposti né a camminare né a cambiare.

I magi sentirono nostalgia, non volevano più le solite cose. Erano abituati, assuefatti e stanchi degli Erode del loro tempo. Ma lì, a Betlemme, c’era una promessa di novità, una promessa di gratuità. Lì stava accadendo qualcosa di nuovo. I magi poterono adorare perché ebbero il coraggio di camminare e prostrandosi davanti al piccolo, prostrandosi davanti al povero, prostrandosi davanti all’indifeso, prostrandosi davanti all’insolito e sconosciuto Bambino di Betlemme, lì scoprirono la Gloria di Dio.

 

Sono sceso di casa…

15.40: ormai è tardi; dopo aver portato Ulisse fuori ed  aver indugiato non poco a cazzeggiare al PC, ho rimesso un po’ a posto in qua e ‘la; mi sono cambiato i pantaloni, quelli blu 9.2 – 100 euro, almeno ho un po’ meno quel fastidioso senso di disagio nel vestirmi male, nel lasciarmi i peli sulle orecchie e sul collo, così da presentarmi meglio in ambulatorio (da altre parti non me ne frega niente, lì mi sento giudicato e osservato speciale… mi stanno braccando…);

scendo giù sbagliando chiave della macchina, ritorno su; che fatica! Metto in moto, dopo aver scambiato con Lino Galgano un saluto gelido gelido;

accendo la radio, su Radio 24 c’è Ruggeri che parla di non so quale oscuro cantante o cartone animato o divo del cinema;

poi metto su Fahreneit, però… sono i meglio! Ho nostalgia della nostalgia di leggere, di cercare… non cerco più come cercavo una volta; è meglio per certi versi perchè meno discorsi e più fatti, in negativo e in positivo; però mi sento morto: non riesco a connettere il senso della vita con l’amore attivo a cui siamo chiamati tutti; il senso della vita… e chi lo sapeva prima che Antonella mi dicesse che stava nell’Amore!?

Come (ehi! sono già sul palco!)? non lo sapevate ? No, non lo sapevo, sapere come aver gustato, aver sperimentato; perciò mi sento morto, come i libri negli scaffali della biblioteca, morto come la 60ina di esami fatti, passati e lodati, morto come le conferenze ascoltate e succhiate come si succhia la vita, morto come le mie centinaia di sedute di psicoterapia, come tante confessioni preparate come un esame di anatomia

Mi sento morto (roba da matti!) perchè non faccio quasi più interpretazioni filosofiche e teologiche sulla vita, la morte , lo spirito, l’amore.. non leggo più… gli unici voli spirituali che faccio sono quelli che mi fa fare Don Luigi, ma sono così concreti che non essendo abituato a vivere normalmente nella realtà, durano quanto un volo di aquilone sulla spiaggia.

E ora (sto scendendo dal palco… un momento! mi sto struccando!!!).. e ora!? Tutto molto bello ma non ne ho voglia, o cerco di ritirarmi il più possibile e mi dico che non son capace, perchè se dimostro di essere capace non posso più andare sul palco, a vivere , mi tocca a vivere davvero.

Comunque (ora son già fuori dal teatro, però che freddo!!) basta poco, non ci pensare, ricorda che perdi delle occasioni, quando non potrai più fare niente… non ne ho voglia : è più facile fare la guardia medica che il medico di famiglia (anche se è più bello il contrario)

è più bello… è più facile … è più bello… è più facile … è più bello… è più fa

 

 

 

 

 

Impostazioni di vita…mah!

Il nodo si stringe sempre più: Mattia, Antonella, P.Rupnik e Don Luigi Oropallo, un coro consapevole o inconsapevole: la vita, al di là delle ideologie, anche cristiane, al di là dei libri, al di là di una cultura cristiana e profonda che posso avere. Senza la vita la cultura è sterile, lo sento; vedo la contraddizione nei miei giorni: accanto a visioni acute e raffinate di ordine teologico  magari ho il Crocifisso messo da una parte, dietro a qualche libro, polveroso e dimenticato; o peggio mi lascio prendere continuamente dall’odio per alcuni…

Ora in questo momento mi sfuggono anche le dimensioni di questa mia realtà. Eppure non sarebbe importante: una preghiera mentre guido, ora mentre sto aspettando di trascrivere i dati dei pazienti sul pc, quando penso a Mattia e alla mia irresponsabilità verso di lui…

In sostanza  : Dio è una persona, chiede relazione non impegno di pregare per bene o organizzazione nel sistemare i professori di Mattia. Una relazione: con lui, con tutti; con gli amici… Non avere una relazione vera ma impegni mi porta a sentire pesante e scocciante qualsiasi relazione. Turba le mie giornate di egoismo; e la vita mia , quella che penso sia la mia vita, di letture, di PC vengono rimandati dopo questi incontri che fanno parte della non vita.

C’è un aspetto però che mi fa pensare: perché quando sono lì, insieme a mio cugino, ad Ale, alla mamma etc gli altri hanno la percezione di me come una persona estremamente disponibile ed empatica? Che sia davvero la Vita che prevale anche in me al di là delle mie Impostazioni?

L’uomo, irrinunciabile

Il grande psicoanalista Jung non aveva poi tutti i torti a dire che la realizzazione del sè maschile consisteva nel fare bottino di molte, moltissime, miriadi di donne, conquistate e possedute; e di fronte a tutto avere lo stesso spirito vincente, egoista: “io sono il re (e non c’è neanche il bisogno che lo dica)”.

Di fronte alla vita vera questa ovviamente è una scelta perdente. Ma nel succo nasconde una grande verità: l’uomo è più uomo quando si pone interiormente (e pubblicamente in silenzio) la domanda: “cosa voglio?”

Cosa voglio cioè dalla vita, cosa voglio dal lavoro, dall’amore; alla fine anche cosa voglio da questo fine settimana etc etc

Ma la migliore espressione è solo “cosa voglio”: le specificazioni e i tempi non sono così importanti, all’inizio.

Sembra strano ma appena ti poni seriamente questa domanda partono per primi tutti i moralismi, cioè le motivazioni al tuo agire che derivano dal devo. Es: “siccome è successo questo e quello allora io devo fare così.. eh sì, tutti me lo dicono, non posso tirarmi indietro da questa cosa…” Dovere è praticamente uguale a Non Potere.
Quando uno si trova qua dentro è un casino, fa la vittima, si deprime, trova tutte le scuse per non fare proprio quello che davvero deve fare!!

1a parte

Puzza

L’ultimo paragrafo mette un segno di falsità ridondante e di maniera che costituisce tanta parte dei post di questo mio blog.

Sono intuizioni belle, intellettuali, di testa, da scrittore attempato, per giunta anche attore.

L’esperienza cristiana, nn la teoria, manca quasi del tutto.

C’è un compiacersi-auto di quello che credo di vedere come l’essenza delle cose .

Sono bei pensieri eh, nn c’è che dire; ma dove c’è il falso, dove c’è una forzatura sul reale (da cui nn c’è dubbio che parte) puzza, a voglia che puzza!